C’è una forma nuova di blocco creativo che sta emergendo negli ultimi tempi, ed è meno innocua di quanto sembri. Non nasce dall’assenza di strumenti, ma dal loro eccesso.
Appena prima di iniziare a scrivere questo articolo, l’AI assitant integrato in WordPress mi ha chiesto se fossi “stuck on what to write next”, offendosi di darmi degli spunti. Così, a caso, senza nemmeno sapere di cosa volessi parlare.
Ormai, siamo abituati ad avere sempre una base da cui partire: un incipit suggerito, una scaletta pronta o un testo già impostato, premasticato dall’AI. ChatGPT e compari ci hanno tolto l’attrito iniziale, quello più faticoso. E proprio per questo, quando torniamo davanti a una pagina davvero bianca, senza stampelle artificiali, la sensazione di vuoto è più forte di prima.
Una vera vertigine che, a volte, in caso gravi, si traduce persino nel mettersi a scrivere come farebbe un chatbot, con quegli incipit lì, super generici, “Nel complesso e dinamico scenario attuale…”, per intenderci.
Siamo diventati semplicemente pigri? Ci manca struttura, ci manca concentrazione? Ci manca l’ispirazione o – peggio – la sensazione che la qualità conti ancora per qualcuno, che abbia senso sbattersi per essere originali e pregnanti?
Il falso mito dell’ispirazione
Per anni abbiamo raccontato la creatività come un’intuizione improvvisa, qualcosa che arriva quando vuole. È una narrazione affascinante, ma poco utile per chi scrive per lavoro, perché chi lavora con i contenuti non può permettersi di aspettare il momento giusto.
La verità è più semplice: l’ispirazione è spesso il risultato di un processo ben alimentato, continuo, sempre ongoing. Quando non arriva, non è perché “non siamo in giornata”, ma perché manca qualcosa a monte.
Funziona così: input, connessione/remix, output.
- L’input è tutto ciò che assorbiamo. Non solo da libri o articoli, ma anche da conversazioni, commenti, osservazioni quotidiane.
- La connessione è il lavoro invisibile che il cervello fa per mettere insieme questi elementi.
- L’output è il contenuto che produciamo e che – per forza di cose – ci assomiglia sempre un po’.
Se l’input è scarso o ripetitivo, l’output sarà inevitabilmente debole.
Ed è qui che l’uso passivo dell’AI può diventare un problema: se ci limitiamo a consumare contenuti generati e generalisti, senza alimentarci di stimoli reali e più profondi, finiamo per girare sempre intorno alle stesse idee un po’ scarne, vuote.
Dove nascono davvero le idee
Le idee difficilmente arrivano mentre fissiamo lo schermo: arrivano altrove, spesso quando stiamo facendo altro.
Leggere aiuta, ma non basta. Ascoltare le domande dei clienti, osservare come le persone raccontano i propri problemi, leggere i commenti sotto un post o dentro un forum: tutto questo è materia prima. A volte un singolo commento può diventare l’origine di più contenuti, se lo si guarda con attenzione.
Anche il corpo ha un ruolo. Muoversi, uscire, cambiare contesto. Non è una retorica mindfulness, al contrario, è la più concreta fisiologia. Restare immobili davanti alla scrivania, aspettando che qualcosa succeda, è spesso il modo più efficace per bloccare il processo, mentre uscire a fare una passeggiata attiva in modo esponenziale aree del cervello che restano spente dopo una giornata immobili alla scrivania.
Il problema della concentrazione e perché il multitasking uccide le idee
Siamo abituati a lavorare a intermittenza, interrotti continuamente. Ogni notifica spezza il filo, ogni cambio di contesto resetta il pensiero: secondo un recente studio di Microsoft, veniamo interrotti 275 volte durante una giornata di lavoro media. 275 dannate volte, raga.
In queste condizioni, è difficile entrare in profondità.
La creatività ha bisogno di continuità. Di tempo non frammentato. Anche solo un’ora senza distrazioni può fare la differenza. Non serve molto di più, ma serve farlo davvero: niente email aperte, niente chat, niente telefono.
È in quello spazio che si crea il cosiddetto stato di flow, in cui il lavoro diventa più fluido e concentrato, e le idee iniziano a emergere con meno sforzo.
Trovare l’angolo giusto: non esiste un solo modo di raccontare
Uno degli errori più comuni è fermarsi alla prima idea, che spesso è quella più ovvia, la più già vista. Ogni contenuto, in realtà, è una scelta di prospettiva. Lo stesso tema può essere raccontato in modi completamente diversi: dal punto di vista del cliente, dell’azienda, di un principiante, di uno scettico. Cambia l’angolo e cambia tutto.
Un esercizio utile è forzarsi a trovare più angolazioni per lo stesso argomento. Oppure ribaltare il punto di partenza: e se fosse il contrario? E se il problema fosse un altro? Questo tipo di domande non serve sempre a trovare la risposta giusta, ma aiuta a uscire dai percorsi più scontati.
Di recente, durante una lezione per un Corso di Sole 24 Ore Business School, ho proposto alla classe che avevo davanti lo stesso brief: immaginarsi la promozione di un marchio immaginario, un servizio B2B di produzione di contenitori monoporzione per il delivery, riciclabili e compostabili. Uno degli argomenti più tristi e meno sexy del pianeta, credo.
Ebbene, la classe è stata incredibile: ciascuno ha attinto dal proprio vissuto, dalla propria sensibilità, per tirare fuori punti di vista inediti.
- Dal polemico anti-delivery che ha proposto una campagna di guerrilla marketing per tappezzare le città di volantini-verità, che recitino “Il delivery è il male, ma almeno non inquiniamo”.
- La fashion-addicted che, al contrario, ha voluto vestire di glamour queste monoporzioni presentandole sotto teche come gioielli di alto livello, per mostrarne il lato cool.
- E poi la veterana dello stile corporate, che ne ha fatto un racconto di efficienza, ESG e riduzione dell’impatto e dei costi.
Evitare la standardizzazione data dall’AI
Chi lavora nel digitale lo vede ogni giorno: contenuti sempre più simili tra loro, stessi toni, stessi schemi, stessi concetti riformulati. La cosa bella, invece, è dire la propria in modo autentico, mettendoci del nostro.
L’AI ha accelerato questo fenomeno, perché rende facile produrre testi corretti ma standardizzati: per evitare questo effetto, serve contaminazione. Leggere fuori dalla propria nicchia, osservare altri settori, portare dentro elementi inattesi. E soprattutto, inserire qualcosa di proprio: un’esperienza, un esempio reale, una posizione chiara.
L’AI può essere molto utile, se usata nel modo giusto, però non deve MAI sostituire il pensiero, semmai espanderlo.
Può aiutare a trovare varianti, a esplorare angoli alternativi, a velocizzare alcune fasi. Ma non è in grado di generare vera originalità o profondità di contesto. Quella resta una responsabilità umana.
Usarla come punto di partenza può funzionare. Usarla come punto di arrivo, quasi mai.



