LinkedIn ha introdotto un nuovo sistema di raccomandazione basato sull’intelligenza artificiale: 360Brew. Ora, al netto del facile umorismo sulla scelta di chiamare il nuovo algoritmo con un termine che può indicare, a seconda dei contesti, l’infusione di una bevanda o – peggio – un “miscuglio” di più ingredienti… andiamo a vedere cosa cambia e come evitare di farsi piallare completamente la copertura dei post.
Presentato ufficialmente a fine agosto 2025 – sì, esattamente poche settimane dopo che avevo pubblicato questo articolo – dopo una fase di test negli Stati Uniti fin dai primi mesi dell’anno, il modello sta progressivamente sostituendo l’algoritmo precedente e sta già modificando la dinamica di visibilità e di interazione sulla piattaforma (ve ne sarete accorti!).
Un foundation model di nuova generazione
Ora, come dicono quelli bravi: 360Brew è un AI foundation model – cioè un modello addestrato su un vastissimo dataset – proprietario di LinkedIn, progettato per unificare tutti i sistemi di raccomandazione e personalizzazione, dal feed ai suggerimenti di connessione, fino al job matching.
La principale differenza rispetto al vecchio algoritmo risiede nell’approccio linguistico: se prima LinkedIn si basava su logiche numeriche – come il numero di like o la velocità di engagement – oggi il modello è in grado di leggere e comprendere il significato dei testi e dei contesti.
Questo significa che analizza semanticamente non solo i contenuti ma anche il profilo, correlandolo agli stessi: interpreta le relazioni di significato e valuta la coerenza tematica tra ciò che un utente dichiara di essere e ciò che pubblica. In questo modo, riesce anche a gestire meglio i profili nuovi o poco attivi, risolvendo in parte il cosiddetto cold-start problem, ossia la difficoltà dei nuovi account di rendersi rilevanti prima di avere uno storico di contenuti di quantità sufficiente.
Dalle metriche quantitative al valore informativo
L’introduzione di 360Brew segna, dunque, un passaggio netto: LinkedIn sposta il focus dalle vanity metrics – quantità di contenuti, frequenza degli stessi, like – alla qualità informativa e professionale, o almeno, così dicono quelli di LinkedIn.
La piattaforma non misurerebbe più soltanto la popolarità di un post, ma il suo contributo concreto in termini di esperienza, competenza e rilevanza per il pubblico target sul tema specifico. La credibilità dell’autore e la coerenza tra i contenuti e il suo profilo diventano quindi fattori determinanti.
I principali cambiamenti introdotti possono essere sintetizzati in quattro punti:
- Valutazione semantica – il sistema legge simultaneamente il profilo e il contenuto per valutare la coerenza tematica tra expertise dichiarata e argomenti trattati.
- Comprensione del contesto – 360Brew riconosce connessioni concettuali tra temi anche quando non coincidono a livello di parole chiave, superando il semplice keyword matching grazie a meccanismi di NLP.
- Gestione dei nuovi profili – gli utenti nuovi o attivi con meno frequenza non vengono penalizzati, dato che il modello valuta il contenuto in sé e non la rapidità delle interazioni.
- Allineamento ai principi E-E-A-T – esperienza, competenza, autorevolezza e affidabilità diventano i nuovi criteri di ranking, in linea con le logiche già consolidate nel search marketing.
Come adattare la propria strategia di presenza
Se quello che dichiarano è vero, 360Brew richiederà un approccio più consapevole e strategico ai contenuti, il che potrebbe essere un bene. Essere rilevanti non significherà più pubblicare spesso, essere prezzemolini e dire la propria su qualunque cosa, o pubblicare di continuo selfie mossi con aforismi qualsivoglia scritti con ChatGPT… ma costruire una presenza coerente e autorevole nel tempo.
- Ottimizzare il profilo – Il proprio profilo LinkedIn diventa un vero e proprio “biglietto semantico”. LinkedIn analizza ruolo, sommario, competenze e descrizione per comprendere chi siamo e in quali ambiti operiamo. È consigliabile scegliere due o tre temi principali e mantenere coerenza tra questi e i contenuti pubblicati, che non significa dover parlare sempre delle stesse cose ma semplicemente avere una propria area semantica e professionale di riferimento.
- Creare contenuti autentici e informativi – Il nuovo modello privilegia i post che informano, istruiscono e riflettono un’esperienza reale. Sono penalizzati invece i testi generici o prodotti in modo artificiale. La profondità e la chiarezza dell’analisi contano più della forma.
- Curare l’apertura dei post – A quanto pare, le prime due frasi sono decisive per catturare l’attenzione, il cosiddetto hook. Comunicare subito il valore del contenuto e arrivare rapidamente al punto è essenziale per favorire la lettura e il tempo di permanenza sul post. Del resto, gli utenti hanno la soglia dell’attenzione di un colibrì ultimamente, è risaputo.
- Favorire conversazioni autentiche – Il sistema dà più peso ai commenti lunghi, nonché al tempo speso sul contenuto (dwell time), rispetto alle reazioni rapide. Creare dialoghi e stimolare contributi qualificati è la nuova chiave dell’engagement. Se fino a poco tempo fa avere tanti like nelle prime ore di pubblicazione era fondamentale per aumentare la copertura, pare che oggi sia meglio riuscire a generare reazioni più qualitative, come appunto dei commenti ragionati. Staremo a vedere con i prossimi test!
- Pubblicare con costanza ma senza eccedere – La frequenza di pubblicazione incide in modo diverso rispetto al passato. Pubblicare una o due volte a settimana sembrerebbe più efficace che postare quotidianamente o persino più volte al giorno: il modello limita la visibilità di chi pubblica più volte nello stesso arco temporale.
Fosse tutto vero, quindi, sembra un cambiamento positivo: la visibilità non è più una questione di ritmo o quantità, ma di pertinenza e valore (ripetete con me “halleluja!”).



